Apicoltura


 

L’Apicoltura
 
 
Questa attività può essere divisa in due grandi categoria: l’Apicoltura Hobbistica e l’Apicoltura Industriale. Ciascuna delle due categorie può assumere la configurazione di
attività stanziale o nomade.
 
L’Apicoltura Hobbistica è quella condotta da un appassionato amante della scienza e della natura che ad ogni costo vuole conoscere a fondo l’insetto Ape e le sue abitudini.
In generale questo tipo di Apicoltura non è finalizzata a scopo di profitto e viene gestita nei pressi della propria abitazione su non più di uno, due massimo tre alveari.
In altre parole l’Apicoltura Hobbistica si differenzia da quella Industriale solo per la quantità di alveari sui quali si lavora, che come è stato detto sono uno, due o tre mentre possono essere centinaia o migliaia nella pratica dell’Apicoltura Industriale.
 
L’Apicoltura Industriale è quella condotta da chi con mezzi, attrezzi e impiego di capitali si dedica all’Allevamento delle api per trarne un reddito considerevole .
Nella gestione di questo tipo di apicoltura si deve disporre di una adeguata superficie di terreno utilizzata come Apiario Stanziale fig. 1 ove viene praticata la riproduzione delle famiglie di api ovvero degli alveari, poiché ogni alveare è considerato un capo di bestiame. (Vedi anche filmato di Apiario)
Nei pressi dell’Apiario, generalmente, sono ubicati due capienti locali fig. 2 e fig. 3   di grandezza proporzionata alle dimensioni dell’attività svolta.
 
fig. 2                                                                                                               fig. 3
Essi servono uno per le attività operative sulle api e l’altro per le attività commerciali relative alla vendita di api e dei prodotti ottenuti dall’allevamento e molto spesso anche per la vendita di attrezzatura apistica.
A questo punto aggiungo che nella commercializzazione del miele prodotto è opportuno eseguirne la vendita secondo il metodo da me proposto e che vado tra poco a descrivere in modo da avere la possibilità di vendere tutta la produzione e di venderla a prezzi convenienti.
Il miele va raccolto prima che termini la fioritura presso la quale sono stati trasportati gli alveari cosi da avere un miele specifico chiamato “miele unifloreale” perché ottenuto dalle api che hanno bottinaio il nettare di un solo tipo di fiori.
 
Effettuare più raccolti differenziati (in tempi e zone geografiche diverse) tipo arancio, agacia, castagno, eucaliptus ecc. e prezzarli, a seconda della richiesta dei consumatori. Questo modo di fare certamente farà conseguire un ricavato medio e permetterà di liberarsi delle giacenze in magazzino.
 
La pratica commerciale suggerita è perseguibile se ci si avvale del Nomadismo.   Il Nomadismo è lo spostamento in località diverse ed in momenti opportuni di un determinato numero di alveari cosichè si possano avere ingenti quantità di miele prodotto (unifloreale) poiché il luogo ed il tempo in cui è stato fatto lo spostamento sono favorevoli per la produzione di nettare che le api raccolgono e trasformano in miele.
 
Quanto detto dovrebbe essere sufficiente per poter inquadrare questa attività di lavoro.
 
Inoltre per chi si dedica ad essa e perchè venga svolta con preparazione Professionale adeguata, deve poterer passare prima per l’Apicoltura Hobbystica In modo da acquisire padronanza e nozioni necessarie per la conduzione dell’Allevamento.
 
Prima di terminare si sappia che il miele non è l’unico prodotto commerciabile che le api forniscono, oltre ad esso si ha la possibilità di produrre e vendere polline, propoli, cera, api regine, pappa-reale, famiglie di api (alveari), telaini, arnie, ed attrezzi per l’apicoltura in generale.
 
Come in ogni allevamento i soggetti allevati necessitano di attenzioni sanitarie per la normale crescita e per la difesa da eventuali patologie ed anche le api non sfuggono a tale legge, quindi anch’esse abbisognano di attenzioni sanitarie.    La patologia che attualmente e da oltre venticinque anni imperversa nell’allevamento delle api è la Varroa. La Varroa altro non è che un acaro ovvero un parassita che si annida nella covata presente nei favi e qui si riproduce provocando danni irreparabili all’alveare.   Basta dire che una famiglia sana e forte nel giro di due stagioni successive, ovvero nell’arco di due anni, viene annientata dall’azione e dalla presenza dell’acaro.
Quali cure vanno prestate e come curare le api è compito del gestore dell’impianto d’allevamento che dovrà documentarsi in merito.
 
A questo punto credo di aver illustrato sufficientemente l’Attività dell’Apicoltura ora è il momento di passare alla documentazione e quindi alla preparazione professionale.
 
Per la documentazione procurare testi e manuali, abbonarsi alle riviste di settore ma forse inizialmente è più conveniente seguire uno dei tanti corsi tenuti dalle associazioni apistiche .
 
NOTA:Per saperne di più, contattate lo “Studio - Tecnico – Caponi” con l’e-mail fracapdinet@alice.it o caponi.francesco13@libero.it e fate richiesta del “Manuale Tecnico di Apicoltura” e del volantino “I Prodotti dell’Alveare”, essi Vi verranno inviati in allegato alla risposta e sono opera dell’autore del blog.
 
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A questa sezione, presentazione dell’ “Apicoltura”, si aggiunge ilprimo aggiornamento del “Manuale Tecnico di Apicoltura” .
 
Gli argomenti trattati sono:
 
·        Allevamento e moltiplicazione delle famiglie.
·        Difesa dalla Varroa.
·        Produzione del miele.
 
Introduzione:
Come avrete notato nella consultazione del manuale, i tre argomenti oggetto dell’aggiornamento sono stati citati marginalmente e mancano di approfondimento. La cosa è stata da me voluta poiché era ed è mia intenzione farne una trattazione separata e particolareggiata.
 
Aggiungo inoltre, quanto per esperienza personale, ritengo sia indispensabile che tutti gli apicoltori presenti e futuri devono sapere e saper fare per avere dalle api il massimo rendimento.
 
Intraprendendo una qualunque iniziativa nella gestione dell’insetto tenere ben presente di non stravolgere il naturale fare dello stesso ma assecondarlo e stimolarlo a seconda dei casi e dei risultati voluti. In tal modo si avrà cosi un allevamento in parte “artificiale” ed in parte “naturale”, poiché non è pensabile portare avanti l’allevamento diversamente se si stà gestendo un allevamento razionale.
 
Volendo moltiplicare le famiglie per sé o/e per destinarle alla vendita non è opportuno attendere la sola sciamatura naturale come non è altrettanto opportuno ricorrere alla sola formazione di sciami artificiali (come enunciato nel principio del paragrafo precedente). Più avanti descriverò dettagliatamente il da farsi.
 
·        Allevamento e moltiplicazione delle famiglie.
 
Un buon allevatore deve essere in grado di riprodurre i capi di bestiame e far si che essi siano sani e forti. I nostri capi di bestiame sono le famiglie di api, ovvero gli alveari.
Le regole di procedura per la formazione delle nuove famiglie sono le seguenti:
 
primo metodo
  • Fare attenzione e segnare l’alveare dal quale si à formato il primo sciame fig. 4

fig. 4

  • nell’arco della giornata, meglio il giorno successivo, aprire l’alveare in oggetto ed iniziare a togliere da un lato i telaini che momentaneamente vengono inseriti in una nuova arnia e nello stesso ordine in cui si trovano nell’arnia precedente.
  • Nell’eseguire il trasferimento osservare quali telaini contengono celle reali (normalmente su due o tre telaini si trovano altrettante celle reali) fig.  5.

 fig. 5

  • I due o tre telaini con celle reali possono essere utilizzati per creare altre due o tre famiglie ma come?
  • Prendere due o tre portasciami per i telaini con le celle reali, posizionare in zona centrale il telaino con le celle reali; da un lato inserire un telaino con il miele e dall’altro un telaino pieno di covata opercolata e da opercolare con tutte le api che li presidiano, saranno cosi tre telaini, aggiungere un telaino nuovo con mezzo foglio cereo.
  • In tal modo avete creato due o tre nuove famiglie di cui se sono due una avrà maggiore quantità di covata dell’altra se invece né avete create tre quelle contenenti maggiore covata saranno due, posizionate ora lontano da dove si trovava la famiglia madre queste con maggiore covata e quella rimanente, con poca covata, mettetela dove era la famiglia che ha fornito lo sciame naturale (primario). In tal modo tra covata e bottinatrici si deve avere una equa distribuzione di api sui due o tre sciami creati.
 
secondo metodo
·       Sul finire dell’inverno, stabilire quali sono le famiglie migliori e più forti.
·       Individuate tali famiglie, procedere alla loro divisione in due e inserirle in altrettanti portasciami. Fate bene attenzione che la posizione dei telaini rimanga sempre la stessa.
·       Delle due famiglie, se una risulta meno fornita di bottinatrici o più povera di covata mettetela nella posizione in cui era l’alveare diviso.
·       Dividendo in due la famiglia d’origine in una sicuramente si trova la regina mentre l’altra è orfana ma questa lo sarà solo per poco poiché provvederà alla produzione di   una nuova regina in breve (massimo due o tre giorni).
·       Essendo partiti con il dividere in due una famiglia costituita da dieci telaini abbiamo ora due famiglie da cinque telaini che essendo state alloggiate in portasciami da sei telaini, ora necessita aggiungere a ciascun portasciami un telaino recante mezzo foglio cereo.
·       Siccome ci troviamo ad operare a fine inverno-inizio primavera e la notte è ancora freddo, è raccomandabileche i portasciami siano di polistirolo, si suggerisce comunque di utilizzare portasciami di polistirolo in tutti gli altri casi di formazione di sciami.
 
Parte Comune Per I Due Metodi
 
Le nuove famiglie ottenute con il primo e il secondo metodo hanno al massimo cinque telaini ciascuna perché esse sono state formate con i telaini delle vecchie famiglie che né avevano dieci quindi per produrre miele avranno da costruirne altri cinque che con il mese di marzo ed aprile avranno tutto il tempo necessario per farlo.
In questi due mesi ma rigorosamente appena eseguita la composizione delle nuove famiglie, provvedere alle cure perché le famiglie siano forti e sane per il grande raccolto.
 
Eseguire i trattamenti per l’eliminazione del parassita Varroa e utilizzare, se l’incle- menza del tempo lo richiede, l’alimentazione artificiale.
 
Si suggerisce di eseguire le operazioni indicate con tutti i metodi conosciuti tanto per costruire i rimanenti favi dei cinque telaini mancanti le api metabolizzeranno i prodotti chimici o naturali usati per le cure senza alcun pericolo di inquinamento della pro - duzione.
 
Passiamo ora alla descrizione della raccolta di uno sciame naturale
 
In genere, una famiglia di api che sciama è già da quindici giorni che si approssima al ripetersi di questo fenomeno che sta alla base della sopravvivenza della specie ed inoltre è un chiaro messaggio delle api che è in procinto il grande raccolto ovvero la bottinatura di polline e nettare che le piante stanno per fornire attraverso la fioritura.
 
Lo sciame primario di un alveare fuoriesce dall’alveare quando sta nascendo una giovane regina cosicché la vecchia regina trovandosi fuori con lo sciame non è d’intralcio alla giovane.
 
Dopo aver stazionato in volo per alcuni minuti in prossimità dell’alveare dal quale è furiuscito, lo sciame si raccoglie attaccandosi ad un ramo di un albero fig. 4 nelle vicinanze e non si allontana di molto dall’alveare se non di10 o 15 metri. Quando lo sciame non è il primo ma il secondo, il terzo o il quarto allora va a posarsi un pò più lontano: 20 o 30 metri. 
   Questa diversità di comportamento è dovuta al fatto che il primo sciame è guidato da una regina anziana che da uno o due anni si trova al buio nell’alveare ed in esso è stressata dal lavoro che vi conduce per cui, esce con fatica dall’alveare ed infastidita dalla luce del sole si posa nelle immediate vicinanze; negli altri casi le regine essendo giovani sono forti e non affaticate dal lavoro e la vista della prima luce le invoglia ad allontanarsi moto di più.
 
Per esperienza personale posso assicurare che comunque sia non si superano mai i 20/30 metri che sia il primo o i successivi sciami.
 
Questo margine di distanza, che difficilmente è superato dalle api che sciamano, non è più di tanto perché se disgraziatamente accade un incidente alla regina e le api diventano orfane allora le api dello sciame ritornano tutte nell’arnia da cui sono uscite.
In base a quanto detto, se nel raggio di 30 metri da un apiario qualsiasi, si trova uno sciame questo appartiene sicuramente al 100% all’apiario in questione.
 
Dopo la sciamatura, che avviene quasi sempre in mattinata o nel primo pomeriggio, per circa 24 ore lo sciame rimane nella postazione scelta dopo di che in ogni momento può verificarsi la dipartita.    
 
 In conseguenza di ciò il momento migliore per la raccolta è al calar del sole del giorno in cui s’è avuta la sciamatura
 
Qui di seguito suggerisco alcuni espedienti per garantire sicura e buona riuscita nella raccolta e messa a dimora dello sciame.
 
  • Non utilizzare l’affumicatore se non in casi rari.
  • Rifornire il portasciami o l’arnia di telaini con fogli cerei e a tal proposito si suggerisce che i fogli cerei non siano interi ma metà. Inoltre sia nel portasciami che nell’arnia la zona centrale fig. 6  attraverso la quale viene introdotto lo sciame non deve essere occupata dai telaini che verranno inseriti immediatamente dopo aver introdotto lo sciame.

fig. 6

  • Prima della raccolta dello sciame provvedere alla chiusura dell’entrata dell’arnia in modo che nell’operazione di trasferimento non fuoriescano, l’arnia andrà poi aperta a tarda serata.
  • Le api vanno fatte scendere direttamente nell’arnia con un colpo forte e improvviso sul ramo.
  • Se lo sciame si trova “appollaiato” in posizione alta usare il sacco prendi-sciami fig. 7

 fig. 7

  • Se si è in presenza di più sciami o che siano collocati in posizione scomoda scuoterli contemporaneamente e di due o tre se né formerà uno più grande che si collocherà in posizione forse migliore.
  • Se lo sciame si trova su di un tronco fig. 7 o su di una parete e quindi non è possibile scuoterlo allora affiancare allo sciame un porta sciame con dentro un telaino di covata fresca e con l’aiuto dell’affumicatore spingere le api nel portasciami.
  • A tarda sera, quando s’è fatto buio, spostare lo sciame nella posizione definitiva.
  • Una volta raccolto lo sciame chiudere normalmente l’arnia in modo che le api non possano fuoriuscire.
  • Per ultimo ricordarsi che le api non si tratterranno mai nella nuova dimora se con esse non è presente la regina.
  • Trentasei, massimo quarant’otto ore, dopo la raccolta eseguire il trattamento anti varroa.
  • Da ora in poi eseguire periodici controlli dello sviluppo delle famiglie per provvedere al necessario trasferimento dal portasciami nell’arnia definitiva.
  • A completamento della costruzione dei favi, quando piccole costruzioni di cera verranno eseguite nella parte superiore della traversa superiore dei telaini del nido, allora è il momento di aggiungere il primo melario.
 
 
 
 
·        Difesa dalla Varroa
 
La Varroa fig. 8 non è una malattia vera e propria ma è lo stazionamento di un acaro (pidocchio) sulle api. Per quanto detto non dovrebbe dunque essere di gran danno per l’insetto ma al contrario, nel giro di due stagioni, da quando si è insediata sull’ape provoca la morte dell’intera famiglia; in che modo? Attraverso la sua riproduzione .
 
Per capire quel che accade bisogna sapere che l’acaro ( la Varroa) per riprodursi necessita della covata delle api presente nell’alveare.
 
Stando cosi le cose possiamo tirare un sospiro di sollievo e pensare che se il parassita (varroa) ha bisogno del parassitato (ape) per riprodursi e sopravvivere allora il parassita non dovrà estinguere il parassitato in modo che esso (parassita) possa sopravvivere.
 
Non di rado infatti si può assistere alla convivenza del parassita e del parassitato .                                                                                                                       
 
A tal proposito passo a descrivere un episodio di tal genere, da me vissuto accidentalmente ma che conferma la convinzione che il parassitato per non soccombere escogiterà una strategia per controllare lo sviluppo del parassita e lo stesso parassita anch’esso, per non soccombere, a sua volta escogiterà una strategia per dare la possibilità di sopravvivere al parassitato.
 
 
Ma vediamo di che si tratta.
 
Nel primo caso la strategia delle api è affidata all’Ape Regina fig. 9 e consiste nel formare una piccola zona di covata in uno dei telaini alle massime estremità destra o sinistra dell’alveare cosicché tutta la varroa presente si colloca nelle celle per riprodursi e attende che le celle vengano opercolate; dopo di che la Regina passa sui telaini centrali ed inizia una massiccia deposizione che non verrà contaminata dal parassita perché lo stesso è stato confinato, come descritto precedentemente, in una zona dei telaini che si trovano nelle posizioni esterne.
 
Nel secondo caso la strategia adottata è messa in atto dallo stesso parassita ed è simile a quella dell’Ape Regina. Si sostiene che il parassita prediliga riprodursi nelle celle maschili delle api e guarda caso le api costruiscono queste celle nei penultimi telaini alle massime estremità destra e sinistra dell’alveare, quindi, quando la Regina depone nelle celle maschili la varroa in massima quantità, si annida all’interno di queste non occupando successivamente le celle oggetto di deposizione della Regina.
 
L’apicoltore come può interagire con il comportamento delle Api e il comportamento dellaVarroa?                                                                                                                     E’ Presto detto: nel primo caso 30-40 giorni prima del grande raccolto utilizzando uno sciame appena raccolto se naturale, o appena formato se artificiale, e, quindi privo di covata sicuramente si verifica quanto da me descritto se ciò non avviene, alla prima deposizione della Regina (occorre quindi un continuo e costante controllo) si sposta il telaino con la covata all’esterno e si blocca per 24 massimo 48 ore la covata della Regina, in tal modo la varroa si dirigerà verso la covata ove rimarrà intrappolata.
Nel secondo caso disponendo di fogli cerei con su costruite le celle maschili si posizionano ove la Regina stà deponendo, quindi si spostano i telaini all’esterno tra l’ultimo e il penultimo telaino ed anche in questo caso si provoca il blocco della covata come è stato fatto precedentemente dopo di chè si dà il via alla nuova deposizione della Regina.
 
Se si ha la costanza   per due o tre anni, di mettere in atto i metodi precedentemente descritti, si creano famiglie in grado di resistere da sole all’attacco della Varroa e quindi non occorre più eseguire i trattamenti con sostanze chimiche per abbattere il parassita.
 
Si Raccomanda comunque, dopo l’ultimo raccolto di miele, di eseguire i trattamenti anti varroa. Il mese d’Agosto con il blocco in parte o totale della covata è il periodo più idoneo. Non è stato detto ma non è una mia dimenticanza di effettuare i trattamenti anche per gli sciami naturali e artificiali dopo 36 – 48 ore dalla raccolta ed in questo caso non usare lo stesso prodotto adoperato nel mese d’Agosto per far si che l’acaro Varroa non si possa assuefare con conseguente inefficacia dell’acaricida usato precedentemente (ad Agosto).
 
 
 
 
·        La Produzione del Miele
 
Il miele è il principale prodotto delle api, le quali raccolgono il nettare dei fiori fig.10 e lo portano nell’alveare dove viene trasformato in miele.
La trasformazione avviene con l’operazione di “trofallassi” ovvero le api bottinatrici appena giunte nell’alveare con il loro carico di nettare che hanno trasportato immagazzinandolo nella “borsa melaria”, lo rigurgitano sui favi, dove altre api addette all’operazione di trofallassi lo riprendono e di nuovo lo rigurgitano per due - tre e più volte fintanto che non s’è trasformato in miele.
 
La “trofallassi” è l’operazione descritta precedentemente della quale però non è stato detto perché il nettare, con essa, si trasforma in miele; ebbene nei passaggi da ape ad ape il nettare presente nella “borsa melaria” viene a trovarsi in contatto con acidi, lieviti ed enzimi che le api producono e che sono necessari e indispensabili per trasformare il nettare in miele.
 
La “borsa melaria” è, per capire, come un secondo stomaco e si trova prima dello stomaco vero e proprio. Le api la utilizzano per trasportare il nettare che raccolgono. Nella normale alimentazione le api prelevano l’alimento e lo inviano nella borsa melaria, successivamente passa nello stomaco per essere digerito ed acquisire energia.
 
Proprio per le ragioni sopra descritte le api non bottinaio nettare oltre un certo raggio dal proprio alveare (2 o 3Km), perché se si allontanassero di più per raggiungere l’alveare, durante il ritorno, sarebbero costrette a consumare quanto trasportano nella sacca melaria ed allora il lavoro di bottinazione sarebbe stato nullo. Vedi Filmato
 
Diciamo alcune cose importanti sul miele, ad esempio che può essere: del tipo “monofloreale” o “millefiori” e che esiste un altro tipo di miele chiamato di “melata”.
 
Il tipo monofloreale come indica il nome è il miele ottenuto dalle api con il nettare di un solo tipo di fiori quindi il nettare utilizzato deve essere tutto dello stesso tipo di fiori . Ad esempio si può avere il miele di agacia, di eucaliptus, di castagno, di arancio, di colza, di trifoglio, di girasoli ecc… , rigorosamente la smielatura va eseguita prima che termini il raccolto in atto per far si che non venga mescolato con esso nettare di altra origine.
Per legge, un miele è monofloreale quando dall’analisi della presenza del polline risulta che quest’ultimo è in gran quantità (superiore al 50%) ed è della pianta dalla quale viene prelevato il nettare.
 
Il tipo millefiori anche in questo caso il nome indica che il miele ottenuto dalle api è il raccolto di nettare di più tipi di fiori e normalmente la smielatura si effettua prima della fine dell’estate o poco più tardi ovvero dopo le prime piogge di fine estate.
 
Il tipo di melata non è un miele di nettare ma un miele ottenuto con la raccolta della linfa ascendente delle piante che in estate, per condizioni climatiche particolari, producono in eccesso e che le api raccolgono per produrre melata anzichè miele ma sempre miele è e di ottima qualità. La linfa in eccesso a cui si è fatto riferimento sono quelle goccioline chiare e trasparenti che troviamo sull’auto che è stata in sosta per più di qualche ora all’ombra delle piante di pino o di quercia. Le goccioline cadono poiché fuoriescono dai fori provocati dagli “afidi” per nutrirsi sulle foglie delle piante citate.
 
Dal punto di vista nutrizionale il miele è uno zucchero quindi un alimento che fornisce energia e tale energia viene prodotta quasi contemporaneamente all’ingestione per cui si ha un ritorno immediato e senza tempi d’attesa; per questo è ampiamente utilizzato nelle pratiche sportive.
 
Oltre agli zuccheri il miele contiene (non sempre) quantità trascurabili di vitamine e niente altro; infatti non sono presenti né grassi, né proteine né sali minerali, questi ultimi sono presenti solo nella melata poiché tale miele è prodotto con la linfa ascendente delle piante e come è noto la linfa delle piante è ricca di sali minerali perché il nutrimento delle piante è di soli sali minerali ed acqua, in fine la percentuale di acqua presente nel miele non deve superare il 18 – 19 % se vogliamo una lunga e buona conservazione fig. 11.
 
S’è parlato dei tipi di miele e delle caratteristiche nutrizionali. Ora dal punto di vista medico possiamo dire che esso possiede buona parte dei poteri terapeutici della pianta da cui è stato bottinato il nettare dei relativi fiori, esempio: il miele d’eucaliptus ha potere antiasmatico, anticatarrale, antispasmodico, emolliente ed espettorante; il miele di agacia ha potere antinfiammatorio orale ed intestinale e pochi sanno che se spalmato sulle scottature in generale lenisce il dolore, spegne l’infiammazione, e ciò che più conta favorisce la formazione dei nuovi strati di pelle non permettendo la formazione di cicatrici.
 
Parliamo ora della tecnica per far produrre consistenti quantità di miele alle api.
Innanzi tutto se un alveare non ha una popolazione di api intorno a 110-120mila individui non ci sarà deposizione di miele nel melario. Solo se la famiglia di api è numerosa, forte e sana allora ci si può aspettare un buon raccolto.
 
Ma come preparare un alveare?
 
Innanzi tutto bisogna anticipare la sciamatura naturale, un metodo può essere l’alimentazione artificiale durante l’inverno.       
Anticipare la sciamatura naturale significa raccogliere i primi sciami tra un mese e mezzo massimo due prima del grande raccolto locale.
Raccolto lo sciame primario lo si lascia sviluppare e magari gli si fornisce alimentazione artificiale se necessario, (inclemenza del tempo per periodi dai 7-8 ai 10-12giorni).
                                                                                                                                               Controllare il regolare sviluppo della famiglia e quando si è prossimi al grande raccolto o meglio, quando le api incominciano a creare piccole costruzioni di cera bianca sulle traverse dei telaini del nido all’ora è il momento della posa del primo melario.
Suggerisco che prima della posa del melario, tra nido e melario, venga messo l’escludi regina per evitare che la regina vada a deporre la covata nei melari.
Controllare, massimo ogni 4-5 giorni, il riempimento del melario in modo da aggiungerne altri se necessario.
Sicuramente due, massimo tre melari, ovvero 20-30Kg di miele sono stati raccolti e volendone raccogliere di più, con un semplice accorgimento, si può arrivare al riempimento di 4 o 5 melari.            In che modo?
 
Prima della posa del primo melario cercare tra i telaini del nido il telaino con la regina e verificare contemporaneamente che ci siano cinque o sei telaini pieni di covata se la covata occupa il numero di telaini indicato allora restringere i telaini riempiendo il vuoto lasciato tirando via il telaino con su la regina, aggiungere un telaino con foglio cereo all’estremità ove s’è creato il vuoto e con il telaino contenente la regina formare uno sciame artificiale. In tal modo, tutte le api presenti e cosi quelle che nasceranno, diventeranno bottinatrici che incrementeranno la raccolta del nettare producendo molto più miele.
 
L’operazione descritta può sembrare macchinosa e difficile per chi è alle prime armi ma non è cosi. Infatti, proprio per il particolare periodo in cui si stà operando (inizio grande raccolto) le api saranno docili e mansuete.
 
Ho parlato del prodotto principale, ovvero il miele, non và però dimenticato che vi sono altri prodotti che le api ci possono dare: cera, polline, pappa reale e propoli di cui parleremo.                        
 
NOTA:Per saperne di più, contattate lo “Studio - Tecnico – Caponi” con l’e-mail fracapdinet@alice.it o caponi.francesco13@libero.it e fate richiesta del “Manuale Tecnico di Apicoltura” e del volantino “I Prodotti dell’Alveare”, essi Vi verranno inviati in allegato alla risposta e sono opera dell’autore del blog.
 
 
 
 
 
 
 
 
L’Apicoltura
 
 
Questa attività può essere divisa in due grandi categoria: l’Apicoltura Hobbistica e l’Api- coltura Industriale. Ciascuna delle due categorie può assumere la configurazione di
attività stanziale o nomade.
 
L’Apicoltura Hobbistica è quella condotta da un appassionato amante della scienza e della natura che ad ogni costo vuole conoscere a fondo l’insetto Ape e le sue abitudini.
In generale questo tipo di Apicoltura non è finalizzata a scopo di profitto e viene gestita nei pressi della propria abitazione su non più di uno, due massimo tre alveari.
In altre parole l’Apicoltura Hobbistica si differenzia da quella Industriale solo per la quantità di alveari sui quali si lavora, che come è stato detto sono uno, due o tre mentre possono essere centinaia o migliaia nella pratica dell’Apicoltura Industriale.
 
L’Apicoltura Industriale è quella condotta da chi con mezzi, attrezzi e impiego di capitali si dedica all’Allevamento delle api per trarne un reddito considerevole .
Nella gestione di questo tipo di apicoltura si deve disporre di una adeguata superficie di terreno utilizzata come Apiario Stanziale fig. 1 ove viene praticata la riproduzione delle famiglie di api ovvero degli alveari, poiché ogni alveare è considerato un capo di bestiame.
Nei pressi dell’Apiario, generalmente, sono ubicati due capienti locali fig. 2 e fig. 3 di grandezza proporzionata alle dimensioni dell’attività svolta.
Essi servono uno per le attività operative sulle api e l’altro per le attività commerciali relative alla vendita di api e dei prodotti ottenuti dall’allevamento e molto spesso anche per la vendita di attrezzatura apistica.
A questo punto aggiungo che nella commercializzazione del miele prodotto è opportuno eseguirne la vendita secondo il metodo da me proposto e che vado tra poco a descrivere in modo da avere la possibilità di vendere tutta la produzione e di venderla a prezzi convenienti.
Il miele va raccolto prima che termini la fioritura presso la quale sono stati trasportati gli alveari cosi da avere un miele specifico chiamato “miele unifloreale” perché ottenuto dalle api che hanno bottinaio il nettare di un solo tipo di fiori.
 
Effettuare più raccolti differenziati (in tempi e zone geografiche diverse) tipo arancio, agacia, castagno, eucaliptus ecc. e prezzarli, a seconda della richiesta dei consumatori. Questo modo di fare certamente farà conseguire un ricavato medio e permetterà di liberarsi delle giacenze in magazzino.
 
La pratica commerciale suggerita è perseguibile se ci si avvale del Nomadismo.                 Il Nomadismo è lo spostamento in località diverse ed in momenti opportuni di un determinato numero di alveari cosichè si possano avere ingenti quantità di miele prodotto (unifloreale) poiché il luogo ed il tempo in cui è stato fatto lo spostamento sono favorevoli per la produzione di nettare che le api raccolgono e trasformano in miele.
 
Quanto detto dovrebbe essere sufficiente per poter inquadrare questa attività di lavoro.
 
Inoltre per chi si dedica ad essa e perchè venga svolta con preparazione Professionale adeguata, deve poterer passare prima per l’Apicoltura Hobbystica In modo da acquisire padronanza e nozioni necessarie per la conduzione dell’Allevamento.
 
Prima di terminare si sappia che il miele non è l’unico prodotto commerciabile che le api forniscono, oltre ad esso si ha la possibilità di vendere polline, propoli, cera, api regine, pappa-reale, famiglie di api (alveari), telaini, arnie, ed attrezzi per l’apicoltura in generale.
 
Come in ogni allevamento i soggetti allevati necessitano di attenzioni sanitarie per la normale crescita e per la difesa da eventuali patologie ed anche le api non sfuggono a tale legge, quindi anch’esse abbisognano di attenzioni sanitarie.                                                                                                               La patologia che attualmente e da oltre venticinque anni imperversa nell’allevamento delle api è la Varroa. La Varroa altro non è che un acaro ovvero un parassita che si annida nella covata presente nei favi e qui si riproduce provocando danni irreparabili all’alveare.                                                                                                                                                  Basta dire che una famiglia sana e forte nel giro di due stagioni successive, ovvero nell’arco di due anni, viene annientata dall’azione e dalla presenza dell’acaro.
Quali cure vanno prestate e come curare le api è compito del gestore dell’impianto d’allevamento che dovrà documentarsi in merito.
 
A questo punto credo di aver illustrato sufficientemente l’Attività dell’Apicoltura ora è il momento di passare alla documentazione e quindi alla preparazione professionale.
 
Per la documentazione procurare testi e manuali, abbonarsi alle riviste di settore ma forse inizialmente è più conveniente seguire uno dei tanti corsi tenuti dalle associazioni apistiche .
 
NOTA:Per saperne di più, contattate lo “Studio - Tecnico – Caponi” con l’e-mail fracapdinet@alice.it o caponi.francesco13@libero.it e fate richiesta del “Manuale Tecnico di Apicoltura” e del volantino “I Prodotti dell’Alveare”, essi Vi verranno inviati in allegato alla risposta e sono opera dell’autore del blog.
 
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RIVISTE:
ASSOCIAZIONI:
 
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A questa sezione, presentazione dell’ “Apicoltura”, si aggiunge ilprimo aggiornamento del “Manuale Tecnico di Apicoltura” .
 
Gli argomenti trattati sono:
 
·        Allevamento e moltiplicazione delle famiglie.
·        Difesa dalla Varroa.
·        Produzione del miele.
 
Introduzione:
Come avrete notato nella consultazione del manuale, i tre argomenti oggetto dell’aggiornamento sono stati citati marginalmente e mancano di approfondimento. La cosa è stata da me voluta poiché era ed è mia intenzione farne una trattazione separata e particolareggiata.
 
Aggiungo inoltre, quanto per esperienza personale, ritengo sia indispensabile che tutti gli apicoltori presenti e futuri devono sapere e saper fare per avere dalle api il massimo rendimento.
 
Intraprendendo una qualunque iniziativa nella gestione dell’insetto tenere ben presente di non stravolgere il naturale fare dello stesso ma assecondarlo e stimolarlo a seconda dei casi e dei risultati voluti. In tal modo si avrà cosi un allevamento in parte “artificiale” ed in parte “naturale”, poiché non è pensabile portare avanti l’allevamento diversamente se si stà gestendo un allevamento razionale.
 
Volendo moltiplicare le famiglie per sé o/e per destinarle alla vendita non è opportuno attendere la sola sciamatura naturale come non è altrettanto opportuno ricorrere alla sola formazione di sciami artificiali (come enunciato nel principio del paragrafo precedente). Più avanti descriverò dettagliatamente il da farsi.
 
·        Allevamento e moltiplicazione delle famiglie.
 
Un buon allevatore deve essere in grado di riprodurre i capi di bestiame e far si che essi siano sani e forti. I nostri capi di bestiame sono le famiglie di api, ovvero gli alveari.
Le regole di procedura per la formazione delle nuove famiglie sono le seguenti:
 
primo metodo
  • Fare attenzione e segnare l’alveare dal quale si à formato il primo sciame;
  • nell’arco della giornata, meglio il giorno successivo, aprire l’alveare in oggetto ed iniziare a togliere da un lato i telaini che momentaneamente vengono inseriti in una nuova arnia e nello stesso ordine in cui si trovano nell’arnia precedente.
  • Nell’eseguire il trasferimento osservare quali telaini contengono celle reali (normalmente su due o tre telaini si trovano altrettante celle reali) fig. .
  • I due o tre telaini con celle reali possono essere utilizzati per creare altre due o tre famiglie ma come?
  • Prendere due o tre portasciami per i telaini con le celle reali, posizionare in zona centrale il telaino con le celle reali; da un lato inserire un telaino con il miele e dall’altro un telaino pieno di covata opercolata e da opercolare con tutte le api che li presidiano, saranno cosi tre telaini, aggiungere un telaino nuovo con mezzo foglio cereo.
  • In tal modo avete creato due o tre nuove famiglie di cui se sono due una avrà maggiore quantità di covata dell’altra se invece né avete create tre quelle contenenti maggiore covata saranno due, posizionate ora lontano da dove si trovava la famiglia madre queste con maggiore covata e quella rimanente, con poca covata, mettetela dove era la famiglia che ha fornito lo sciame naturale (primario). In tal modo tra covata e bottinatrici si deve avere una equa distribuzione di api sui due o tre sciami creati.
 
secondo metodo
·       Sul finire dell’inverno, stabilire quali sono le famiglie migliori e più forti.
·       Individuate tali famiglie, procedere alla loro divisione in due e inserirle in altrettanti portasciami. Fate bene attenzione che la posizione dei telaini rimanga sempre la stessa.
·       Delle due famiglie, se una risulta meno fornita di bottinatrici o più povera di covata mettetela nella posizione in cui era l’alveare diviso.
·       Dividendo in due la famiglia d’origine in una sicuramente si trova la regina mentre l’altra è orfana ma questa lo sarà solo per poco poiché provvederà alla produzione di   una nuova regina in breve (massimo due o tre giorni).
·       Essendo partiti con il dividere in due una famiglia costituita da dieci telaini abbiamo ora due famiglie da cinque telaini che essendo state alloggiate in portasciami da sei telaini, ora necessita aggiungere a ciascun portasciami un telaino recante mezzo foglio cereo.
·       Siccome ci troviamo ad operare a fine inverno-inizio primavera e la notte è ancora freddo, è raccomandabileche i portasciami siano di polistirolo, si suggerisce comunque di utilizzare portasciami di polistirolo in tutti gli altri casi di formazione di sciami.
 
Parte Comune Per I Due Metodi
 
Le nuove famiglie ottenute con il primo e il secondo metodo hanno al massimo cinque telaini ciascuna perché esse sono state formate con i telaini delle vecchie famiglie che né avevano dieci quindi per produrre miele avranno da costruirne altri cinque che con il mese di marzo ed aprile avranno tutto il tempo necessario per farlo.
In questi due mesi ma rigorosamente appena eseguita la composizione delle nuove famiglie, provvedere alle cure perché le famiglie siano forti e sane per il grande raccolto.
 
Eseguire i trattamenti per l’eliminazione del parassita Varroa e utilizzare, se l’incle- menza del tempo lo richiede, l’alimentazione artificiale.
 
Si suggerisce di eseguire le operazioni indicate con tutti i metodi conosciuti tanto per costruire i rimanenti favi dei cinque telaini mancanti le api metabolizzeranno i prodotti chimici o naturali usati per le cure senza alcun pericolo di inquinamento della pro - duzione.
 
Passiamo ora alla descrizione della raccolta di uno sciame naturale
 
In genere, una famiglia di api che sciama è già da quindici giorni che si approssima al ripetersi di questo fenomeno che sta alla base della sopravvivenza della specie ed inoltre è un chiaro messaggio delle api che è in procinto il grande raccolto ovvero la bottinatura di polline e nettare che le piante stanno per fornire attraverso la fioritura.
 
Lo sciame primario di un alveare fuoriesce dall’alveare quando sta nascendo una giovane regina cosicché la vecchia regina trovandosi fuori con lo sciame non è d’intralcio alla giovane.
 
Dopo aver stazionato in volo per alcuni minuti in prossimità dell’alveare dal quale è furiuscito, lo sciame si raccoglie attaccandosi ad un ramo di un albero fig. 4 nelle vicinanze e non si allontana di molto dall’alveare se non di10 o 15 metri. Quando lo sciame non è il primo ma il secondo, il terzo o il quarto allora va a posarsi un pò più lontano: 20 o 30 metri. 
                                                                                                                                    Questa diversità di comportamento è dovuta al fatto che il primo sciame è guidato da una regina anziana che da uno o due anni si trova al buio nell’alveare ed in esso è stressata dal lavoro che vi conduce per cui, esce con fatica dall’alveare ed infastidita dalla luce del sole si posa nelle immediate vicinanze; negli altri casi le regine essendo giovani sono forti e non affaticate dal lavoro e la vista della prima luce le invoglia ad allontanarsi moto di più.
 
Per esperienza personale posso assicurare che comunque sia non si superano mai i 20/30 metri che sia il primo o i successivi sciami.
 
Questo margine di distanza, che difficilmente è superato dalle api che sciamano, non è più di tanto perché se disgraziatamente accade un incidente alla regina e le api diventano orfane allora le api dello sciame ritornano tutte nell’arnia da cui sono uscite.
In base a quanto detto, se nel raggio di 30 metri da un apiario qualsiasi, si trova uno sciame questo appartiene sicuramente al 100% all’apiario in questione.
 
Dopo la sciamatura, che avviene quasi sempre in mattinata o nel primo pomeriggio, per circa 24 ore lo sciame rimane nella postazione scelta dopo di che in ogni momento può verificarsi la dipartita.    
 
 In conseguenza di ciò il momento migliore per la raccolta è al calar del sole del giorno in cui s’è avuta la sciamatura
 
Qui di seguito suggerisco alcuni espedienti per garantire sicura e buona riuscita nella raccolta e messa a dimora dello sciame.
 
  • Non utilizzare l’affumicatore se non in casi rari.
  • Rifornire il portasciami o l’arnia di telaini con fogli cerei e a tal proposito si suggerisce che i fogli cerei non siano interi ma metà. Inoltre sia nel portasciami che nell’arnia la zona centrale fig. 5 attraverso la quale viene introdotto lo sciame non deve essere occupata dai telaini che verranno inseriti immediatamente dopo aver introdotto lo sciame.
  • Prima della raccolta dello sciame provvedere alla chiusura dell’entrata dell’arnia in modo che nell’operazione di trasferimento non fuoriescano, l’arnia andrà poi aperta a tarda serata.
  • Le api vanno fatte scendere direttamente nell’arnia con un colpo forte e improvviso sul ramo.
  • Se lo sciame si trova “appollaiato” in posizione alta usare il sacco prendi-sciami fig. 6
  • Se si è in presenza di più sciami o che siano collocati in posizione scomoda scuoterli contemporaneamente e di due o tre se né formerà uno più grande che si collocherà in posizione forse migliore.
  • Se lo sciame si trova su di un tronco fig. 7 o su di una parete e quindi non è possibile scuoterlo allora affiancare allo sciame un porta sciame con dentro un telaino di covata fresca e con l’aiuto dell’affumicatore spingere le api nel portasciami.
  • A tarda sera, quando s’è fatto buio, spostare lo sciame nella posizione definitiva.
  • Una volta raccolto lo sciame chiudere normalmente l’arnia in modo che le api non possano fuoriuscire.
  • Per ultimo ricordarsi che le api non si tratterranno mai nella nuova dimora se con esse non è presente la regina.
  • Trentasei, massimo quarant’otto ore, dopo la raccolta eseguire il trattamento anti varroa.
  • Da ora in poi eseguire periodici controlli dello sviluppo delle famiglie per provvedere al necessario trasferimento dal portasciami nell’arnia definitiva.
  • A completamento della costruzione dei favi, quando piccole costruzioni di cera verranno eseguite nella parte superiore della traversa superiore dei telaini del nido, allora è il momento di aggiungere il primo melario.
 
 
 
 
·        Difesa dalla Varroa
 
La Varroa fig. 8 non è una malattia vera e propria ma è lo stazionamento di un acaro (pidocchio) sulle api. Per quanto detto non dovrebbe dunque essere di gran danno per l’insetto ma al contrario, nel giro di due stagioni, da quando si è insediata sull’ape provoca la morte dell’intera famiglia; in che modo? Attraverso la sua riproduzione .
 
Per capire quel che accade bisogna sapere che l’acaro ( la Varroa) per riprodursi necessita della covata delle api presente nell’alveare.
 
Stando cosi le cose possiamo tirare un sospiro di sollievo e pensare che se il parassita (varroa) ha bisogno del parassitato (ape) per riprodursi e sopravvivere allora il parassita non dovrà estinguere il parassitato in modo che esso (parassita) possa sopravvivere.
 
Non di rado infatti si può assistere alla convivenza del parassita e del parassitato .                                                                                                                       
 
A tal proposito passo a descrivere un episodio di tal genere, da me vissuto accidentalmente ma che conferma la convinzione che il parassitato per non soccombere escogiterà una strategia per controllare lo sviluppo del parassita e lo stesso parassita anch’esso, per non soccombere, a sua volta escogiterà una strategia per dare la possibilità di sopravvivere al parassitato.
 
 
Ma vediamo di che si tratta.
 
Nel primo caso la strategia delle api è affidata all’Ape Regina fig. 9 e consiste nel formare una piccola zona di covata in uno dei telaini alle massime estremità destra o sinistra dell’alveare cosicché tutta la varroa presente si colloca nelle celle per riprodursi e attende che le celle vengano opercolate; dopo di che la Regina passa sui telaini centrali ed inizia una massiccia deposizione che non verrà contaminata dal parassita perché lo stesso è stato confinato, come descritto precedentemente, in una zona dei telaini che si trovano nelle posizioni esterne.
 
Nel secondo caso la strategia adottata è messa in atto dallo stesso parassita ed è simile a quella dell’Ape Regina. Si sostiene che il parassita prediliga riprodursi nelle celle maschili delle api e guarda caso le api costruiscono queste celle nei penultimi telaini alle massime estremità destra e sinistra dell’alveare, quindi, quando la Regina depone nelle celle maschili la varroa in massima quantità, si annida all’interno di queste non occupando successivamente le celle oggetto di deposizione della Regina.
 
L’apicoltore come può interagire con il comportamento delle Api e il comportamento dellaVarroa?                                                                                                                     E’ Presto detto: nel primo caso 30-40 giorni prima del grande raccolto utilizzando uno sciame appena raccolto se naturale, o appena formato se artificiale, e, quindi privo di covata sicuramente si verifica quanto da me descritto se ciò non avviene, alla prima deposizione della Regina (occorre quindi un continuo e costante controllo) si sposta il telaino con la covata all’esterno e si blocca per 24 massimo 48 ore la covata della Regina, in tal modo la varroa si dirigerà verso la covata ove rimarrà intrappolata.
Nel secondo caso disponendo di fogli cerei con su costruite le celle maschili si posizionano ove la Regina stà deponendo, quindi si spostano i telaini all’esterno tra l’ultimo e il penultimo telaino ed anche in questo caso si provoca il blocco della covata come è stato fatto precedentemente dopo di chè si dà il via alla nuova deposizione della Regina.
 
Se si ha la costanza   per due o tre anni, di mettere in atto i metodi precedentemente descritti, si creano famiglie in grado di resistere da sole all’attacco della Varroa e quindi non occorre più eseguire i trattamenti con sostanze chimiche per abbattere il parassita.
 
Si Raccomanda comunque, dopo l’ultimo raccolto di miele, di eseguire i trattamenti anti varroa. Il mese d’Agosto con il blocco in parte o totale della covata è il periodo più idoneo. Non è stato detto ma non è una mia dimenticanza di effettuare i trattamenti anche per gli sciami naturali e artificiali dopo 36 – 48 ore dalla raccolta ed in questo caso non usare lo stesso prodotto adoperato nel mese d’Agosto per far si che l’acaro Varroa non si possa assuefare con conseguente inefficacia dell’acaricida usato precedentemente (ad Agosto).
 
 
 
 
·        La Produzione del Miele
 
Il miele è il principale prodotto delle api, le quali raccolgono il nettare dei fiori fig.10 e lo portano nell’alveare dove viene trasformato in miele.
La trasformazione avviene con l’operazione di “trofallassi” ovvero le api bottinatrici appena giunte nell’alveare con il loro carico di nettare che hanno trasportato immagazzinandolo nella “borsa melaria”, lo rigurgitano sui favi, dove altre api addette all’operazione di trofallassi lo riprendono e di nuovo lo rigurgitano per due - tre e più volte fintanto che non s’è trasformato in miele.
 
La “trofallassi” è l’operazione descritta precedentemente della quale però non è stato detto perché il nettare, con essa, si trasforma in miele; ebbene nei passaggi da ape ad ape il nettare presente nella “borsa melaria” viene a trovarsi in contatto con acidi, lieviti ed enzimi che le api producono e che sono necessari e indispensabili per trasformare il nettare in miele.
 
La “borsa melaria” è, per capire, come un secondo stomaco e si trova prima dello stomaco vero e proprio. Le api la utilizzano per trasportare il nettare che raccolgono. Nella normale alimentazione le api prelevano l’alimento e lo inviano nella borsa melaria, successivamente passa nello stomaco per essere digerito ed acquisire energia.
 
Proprio per le ragioni sopra descritte le api non bottinaio nettare oltre un certo raggio dal proprio alveare (2 o 3Km), perché se si allontanassero di più per raggiungere l’alveare, durante il ritorno, sarebbero costrette a consumare quanto trasportano nella sacca melaria ed allora il lavoro di bottinazione sarebbe stato nullo. Vedi Filmato
 
Diciamo alcune cose importanti sul miele, ad esempio che può essere: del tipo “monofloreale” o “millefiori” e che esiste un altro tipo di miele chiamato di “melata”.
 
Il tipo monofloreale come indica il nome è il miele ottenuto dalle api con il nettare di un solo tipo di fiori quindi il nettare utilizzato deve essere tutto dello stesso tipo di fiori . Ad esempio si può avere il miele di agacia, di eucaliptus, di castagno, di arancio, di colza, di trifoglio, di girasoli ecc… , rigorosamente la smielatura va eseguita prima che termini il raccolto in atto per far si che non venga mescolato con esso nettare di altra origine.
Per legge, un miele è monofloreale quando dall’analisi della presenza del polline risulta che quest’ultimo è in gran quantità (superiore al 50%) ed è della pianta dalla quale viene prelevato il nettare.
 
Il tipo millefiori anche in questo caso il nome indica che il miele ottenuto dalle api è il raccolto di nettare di più tipi di fiori e normalmente la smielatura si effettua prima della fine dell’estate o poco più tardi ovvero dopo le prime piogge di fine estate.
 
Il tipo di melata non è un miele di nettare ma un miele ottenuto con la raccolta della linfa ascendente delle piante che in estate, per condizioni climatiche particolari, producono in eccesso e che le api raccolgono per produrre melata anzichè miele ma sempre miele è e di ottima qualità. La linfa in eccesso a cui si è fatto riferimento sono quelle goccioline chiare e trasparenti che troviamo sull’auto che è stata in sosta per più di qualche ora all’ombra delle piante di pino o di quercia. Le goccioline cadono poiché fuoriescono dai fori provocati dagli “afidi” per nutrirsi sulle foglie delle piante citate.
 
Dal punto di vista nutrizionale il miele è uno zucchero quindi un alimento che fornisce energia e tale energia viene prodotta quasi contemporaneamente all’ingestione per cui si ha un ritorno immediato e senza tempi d’attesa; per questo è ampiamente utilizzato nelle pratiche sportive.
 
Oltre agli zuccheri il miele contiene (non sempre) quantità trascurabili di vitamine e niente altro; infatti non sono presenti né grassi, né proteine né sali minerali, questi ultimi sono presenti solo nella melata poiché tale miele è prodotto con la linfa ascendente delle piante e come è noto la linfa delle piante è ricca di sali minerali perché il nutrimento delle piante è di soli sali minerali ed acqua, in fine la percentuale di acqua presente nel miele non deve superare il 18 – 19 % se vogliamo una lunga e buona conservazione fig. 11.
 
S’è parlato dei tipi di miele e delle caratteristiche nutrizionali. Ora dal punto di vista medico possiamo dire che esso possiede buona parte dei poteri terapeutici della pianta da cui è stato bottinato il nettare dei relativi fiori, esempio: il miele d’eucaliptus ha potere antiasmatico, anticatarrale, antispasmodico, emolliente ed espettorante; il miele di agacia ha potere antinfiammatorio orale ed intestinale e pochi sanno che se spalmato sulle scottature in generale lenisce il dolore, spegne l’infiammazione, e ciò che più conta favorisce la formazione dei nuovi strati di pelle non permettendo la formazione di cicatrici.
 
Parliamo ora della tecnica per far produrre consistenti quantità di miele alle api.
Innanzi tutto se un alveare non ha una popolazione di api intorno a 110-120mila individui non ci sarà deposizione di miele nel melario. Solo se la famiglia di api è numerosa, forte e sana allora ci si può aspettare un buon raccolto.
 
Ma come preparare un alveare?
 
Innanzi tutto bisogna anticipare la sciamatura naturale, un metodo può essere l’alimentazione artificiale durante l’inverno.       
Anticipare la sciamatura naturale significa raccogliere i primi sciami tra un mese e mezzo massimo due prima del grande raccolto locale.
Raccolto lo sciame primario lo si lascia sviluppare e magari gli si fornisce alimentazione artificiale se necessario, (inclemenza del tempo per periodi dai 7-8 ai 10-12giorni).
                                                                                                                                               Controllare il regolare sviluppo della famiglia e quando si è prossimi al grande raccolto o meglio, quando le api incominciano a creare piccole costruzioni di cera bianca sulle traverse dei telaini del nido all’ora è il momento della posa del primo melario.
Suggerisco che prima della posa del melario, tra nido e melario, venga messo l’escludi regina per evitare che la regina vada a deporre la covata nei melari.
Controllare, massimo ogni 4-5 giorni, il riempimento del melario in modo da aggiungerne altri se necessario.
Sicuramente due, massimo tre melari, ovvero 20-30Kg di miele sono stati raccolti e volendone raccogliere di più, con un semplice accorgimento, si può arrivare al riempimento di 4 o 5 melari.            In che modo?
 
Prima della posa del primo melario cercare tra i telaini del nido il telaino con la regina e verificare contemporaneamente che ci siano cinque o sei telaini pieni di covata se la covata occupa il numero di telaini indicato allora restringere i telaini riempiendo il vuoto lasciato tirando via il telaino con su la regina, aggiungere un telaino con foglio cereo all’estremità ove s’è creato il vuoto e con il telaino contenente la regina formare uno sciame artificiale. In tal modo, tutte le api presenti e cosi quelle che nasceranno, diventeranno bottinatrici che incrementeranno la raccolta del nettare producendo molto più miele.
 
L’operazione descritta può sembrare macchinosa e difficile per chi è alle prime armi ma non è cosi. Infatti, proprio per il particolare periodo in cui si stà operando (inizio grande raccolto) le api saranno docili e mansuete.
 
Ho parlato del prodotto principale, ovvero il miele, non và però dimenticato che vi sono altri prodotti che le api ci possono dare: cera, polline, pappa reale e propoli di cui parleremo.                        
 
NOTA:Per saperne di più, contattate lo “Studio - Tecnico – Caponi” con l’e-mail fracapdinet@alice.it o caponi.francesco13@libero.it e fate richiesta del “Manuale Tecnico di Apicoltura” e del volantino “I Prodotti dell’Alveare”, essi Vi verranno inviati in allegato alla risposta e sono opera dell’autore del blog.
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

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